domenica 19 aprile 2009

La voce dei contadini africani...aspettando il G8 dell'agricoltura


(ROMA, 16 APRILE 2009)
Mercoledi 15 aprile si è tenuto a Roma un incontro dal titolo "Verso il G8 agricolo. La parola alle organizzazioni agricole africane". In previsione del G8 agricolo che si svolgerà a Treviso dal 18 al 20 aprile, cinque reti di organizzazioni contadine africane ( EAFF-Federazione dei contadini dell'Africa Orientale, PROPAC-Piattaforma regionale delle organizzazioni contadine dell'Africa Centrale, ROPPA-Rete di organizzazioni contadine e di produttori agricoli dell'Africa Occidentale, SACAU-Unione degli agricoltori dell'Africa del Sud e UMAGRI-Unione degli agricoltori maghrebini) hanno presentato una Dichiarazione Comune in risposta all'emergenza alimentare globale e alla crisi climatica, proponendo un modello di agricoltura realmente sostenibile, nel rispetto dell'ambiente e della preservazione delle risorse naturali. Tutto questo, hanno sottolineato i rappresentanti delle reti contadine africane presenti all'incontro, sarà possibile solamente rivedendo gli attuali meccanismi di funzionamento della governance mondiale dell'agricoltura, dando voce alle organizzazioni contadine di base e ai piccoli produttori agricoli. Il tema della centralità del modello di agricoltura famigliare è stato il filo conduttore dell'intero dibattito e numerosi leader africani hanno voluto sottolineare come questo rappresenti l'unica alternativa possibile alla crisi del settore agricolo-alimentare, attualmente dominato dai "giganti" dell'agrobusiness, come le multinazionali e le grandi compagnie dei semi e dell'agrochimica.
Il problema della rappresentatività dei piccoli agricoltori, come ha ricordato Andrea Ferrante, presidente dell'AIAB (Associazione Italiana di Agricoltura Biologica), è uno dei nodi centrali della questione e riporta alla necessità di reimpostare la governance globale dell'agricoltura dando voce alle organizzazioni contadine, ai sindacati agrari di base, ai movimenti sociali e ai piccoli produttori. L'agricoltura africana, come anche la nostra agricoltura - lo ha ricordato bene Sergio Marini, presidente della Coldiretti - si basa principalmente sul modello famigliare e su aziende agricole di piccole e medie dimensioni. Dare rappresentatività a queste realtà e riconoscere il valore della famiglia come unità produttiva significherebbe quindi non solo garantire democraticità ai processi decisionali così da elaboare politiche condivise e ancorate alle necessità reali a livello planetario ma anche contrastare fenomeni perversi come quello della speculazione finanziaria, principale responsabile dell'aumento dei prezzi dei generi alimentari su scala mondiale. Si impone la necessità di rendere più trasparenti i processi di formazione dei prezzi internazionali delle materie prime agricole, riportando questi ultimi alle necessità concrete dell'economia reale e svincolandoli dalle manovre finanziarie speculative che attualmente li determinano (a questo proposito basti pensare che i fondi di investimento controllano circa il 60% del commercio mondiale del grano).
Riannodare i fili che legano agricoltura e territorialità, valorizzare i modelli agricoli autoctoni nel rispetto delle colture tradizionali, queste devono essere le parole chiave di un nuovo modo di amministrare l'agricoltura a livello planetario, salvaguardando ambiente e diritto all'alimentazione. Tutti i grandi organismi mondiali e le agenzie delle Nazioni Unite preposti all'agricoltura ( FAO, Programma Alimentare Mondiale, IFAD) devono impegnarsi a garantire una più equa partecipazione delle organizzazioni contadine nei processi decisionali, questa la richiesta dei leader africani, aumentando i finanziamenti all'agricoltura e il sostegno ai piccoli produttori, anche nel campo della formazione e dell'acquisizione di tecnologie avanzate, come ha evidenziato Elisabeth Tanganà, presidente della PROPAC. Riconoscere il ruolo delle piccole aziende famigliari assicurerebbe non solo la sostenibilità di un modello agricolo che in Africa vede coinvolto circa il 90% della popolazione ma aumenterebbe le possibilità occupazionali in un continente dove la disoccupazione e lo spopolamento delle campagne per mancanza di lavoro registrano percentuali altissime. Francesco Benciolini dell'ARI (Associazione Rurale Italiana) ha messo inoltre in evidenza l'importanza dei mercati locali per garantire uno sbocco ai prodotti agricoli e il riconoscimento del diritto alla terra dei contadini, contro le piantagioni di agricoltura industriale e i megaprogetti infrastrutturali che spesso limitano le possibilità di accesso alla terra coltivabile.
Un ruolo importante in questo processo di revisione della governance agricola globale spetta sicuramente all'Unione Europea che, in qualità di prima potenza agricola mondiale, è in grado di condizionare fortemente l'andamento dei prezzi nel mercato globale. Come ha ricordato Sergio Marelli del Comitato Italiano per la Sovranità Alimentare (CISA), la liberalizzazione dei mercati avviata con la riforma della Politica Agraria Comunitaria (PAC) del 1992, ha avuto ripercussioni gravi sui piccoli e medi agricoltori europei e un effetto devastante sull'agricoltura dei paesi del "terzo mondo". Un maggiore impegno, dunque, da parte della UE non solo im materia di giusti prezzi e finanziamenti specifici ma anche di politiche energetiche e conservazione dell'ambiente.
Il G8 di Treviso è quindi chiamato a prendere atto della richiesta di maggiore partecipazione avanzata dalle organizzazioni contadine africane. Sicuramente il fatto che sia stata dedicata, per la prima volta, una sessione specifica ai temi dell'agricoltura e della crisi climatica è un chiaro segnale dell'importanza ormai assunta da questo segmento dell'economia globale da cui dipendono, è bene ricordarlo, milioni di famiglie non solo nel continente africano ma in tutto il pianeta. La Dichiarazione Finale delle reti di organizzazioni contadine e di produttori agricoli dell'Africa è stata dunque presentata. L'appuntamento adesso è al festival "Questa terra è la nostra terra", organizzato a Montebelluna (Treviso) dal 15 al 19 aprile, che vedrà riuniti leader africani, asiatici, europei e sudamericani per discutere insieme di sovranità alimentare, emergenza ambientale e diritto all'alimentazione. Un primo passo verso una maggiore democrazia a livello planetario e un segnale importante di partecipazione e protesta sociale.

Per saperne di più: www.terranuova.org; www.croceviaterra.it; www.carta.org

domenica 12 aprile 2009

Diario di un'estate a San Josè de Chiquitos (Bolivia)
(LUGLIO-AGOSTO 2008)
Mi affaccio dal finestrino e una vampata calda mi accarezza la faccia. L'aria è satura di sabbia. Una signora corpulenta cammina con abilità lungo i corridoi del treno, portandosi dietro una grossa cesta piena di empanadas e pollo fritto. Presenta la sua succulenta mercanzia con voce stridula, lasciando ogni tanto qualche impronta d'olio sul grembiule verde che le sottolinea i fianchi generosi. Mi fermo a osservare una bellissima ragazza con delle trecce lunghissime e dei splendidi occhi scuri. Sulle spalle tiene legato con un grosso nodo un aguayo, il tradizionale tessuto andino. Ha una bella dentatura bianca, mani piccole e i polsi pieni di braccialetti di rame. Mi dice che ormai manca poco e in effetti dopo meno di venti minuti cominciamo a rallentare. Il treno sembra un grosso gigante stanco, che arranca a fatica tra frenate brusche e accelerate rumorose. Ci lascia in piena notte in una rumorosissima stacion ferroviaria, scaricando il suo ventre sovraffollato di passeggeri. Appena scendiamo veniamo sopraffatti da un odore di fritto che si attacca ai vestiti, intorno e' pieno di chioschetti improvvisati dove è possibile mangiare pollo fritto, empanadas al formaggio, riso, manioca, caffé, refrescos e poi l'immancabile majadito – un piatto tradizionale composto da riso, pollo e manioca fritta -. Fa caldissimo. L'umidità agisce sul corpo come una droga naturale, rallentando la capacità di movimento. I passeggeri ormai a terra sembrano tante formiche sovraccariche ancora intorpidite dall'aria viziata del treno. Sopra di noi un cielo che trabocca di stelle luminosissime. Poco lontano la grossa statua di una ragazza con indosso il tradizionale abito chiquitano che le scende maliziosamente sulle spalle. Sembra quasi volerci dare il benvenuto. Benvenuti a San José de Chiquitos, Bolivia.
Negro, Mosi e don Elio sono venuti a prenderci. Saliamo sulla vecchia toyota col volante trapiantato a destra, dopo essserci abbracciati a lungo. Arrivare a San José é un pò come tornare a casa. A volte penso che sia il posto più ospitale del mondo ma è solo un pensiero fra i tanti che adesso mi scorrono in testa. Mi accendo una sigaretta e comincio a tracciare col dito la strada, sulla sinistra l'aldea de ninos, poi la strada del mercato dove ci sono gli alberghi "non per turisti", la macelleria all'angolo e poi la via di casa. Non ci sono indicazioni, non ci avevo mai fatto caso. Neanche se ne sente la mancanza, a dire la verità. Quando riconosco il campanile della chiesa capisco che siamo arrivati. In casa sono tutti svegli ad aspettarci. Anche Beethoven e Chulin. Sul tavolo c'è del pane e un pò di mate caldo ma siamo troppo stanchi. Ancora qualche abbraccio, il tempo di sistemare il mosquitero e poi a dormire. Fuori il silenzio. Fisso la tenda bianca gonfiata dal vento e sbircio fuori fino a che non mi vince il sonno. Sono a casa.

San José de Chiquitos si trova nel dipartimento di Santa Cruz, nella parte orientale della Bolivia. E' una delle sette missioni gesuitiche della Chiquitania, insieme a San Miguel, San Ignacio de Velasco, San Javier, Concepcion, Santa Ana e San Rafael. Durante l'epoca della dominazione spagnola l'influenza dei missionari gesuiti è stata molto forte in queste zone e le bellissime chiese in stile barocco-chiquitano sono una testimonianza dell'incontro fra la cultura chiquitana e la religione cattolica.
La facciata della chiesa di San José ha una forma regolare. All'interno grosse panche di legno massiccio, pavimento in terracotta, la lunga navata che conduce a un abside sontuoso. E' un luogo che rapisce, anche chi non è credente. C'è come una strana energia che pervade e predispone al raccoglimento. La chiesa non è mai chiusa e non è mai vuota. Il bisogno di pregare qui non ha orario e la fede pervade ogni aspetto della vita collettiva, nutrendosi di credenze popolari oltre che del tipico umorismo chiquitano. Camminando per le strade polverosissime di San José l'impressione che si ricava è quella di quiete, forse anche per via del caldo tropicale. I ritmi sono dilatati e la lentezza non sembra rappresentare un problema. La piazza davanti alla chiesa ruota intorno a un chioschetto in ferro battuto dove si tengono i concerti durante le feste. Agli angoli delle strade qualche banchetto di caramelle e sigarette sfuse. Qui siamo nella Bolivia tropicale, terra di immense pianure fertili, prossima alla frontiera col Brasile. I grossi latifondi di agricoltura industriale si trovano qui, dove l'abbondanza di terra buona e la debolezza dei sindacati agrari favoriscono lo strapotere delle oligarchie terriere. Adesso, con Evo Morales al governo, sembra che le cose stiano cambiando. Rifletto sull'immenso potenziale di queste terre, sulla generosità di una natura particolarmente prodiga che le logiche del profitto riescono a pervertire. Ci fermiamo a prendere un refresco alla pesca e a chiaccherare un po' con Jaime e Rosi. Non sono di queste parti, vengono dalle zone dell'altopiano, nella Bolivia occidentale. E' facile intuirlo non solo dai loro tratti tipicamente andini ma anche dall'abbigliamento di Rosi, tipico dell'altopiano. Qui chiamano colla le persone dell'altopiano, con un misto di diffidenza e razzismo. Le vicende politiche dell'ultimo trentennio hanno ridotto la Bolivia a un paese diviso, in cui i ricchi dipartimenti orientali si oppongono al centralismo delle regioni andine. Forti delle loro economie dominanti – qui si trovano le riserve di petrolio e gas naturale – le zone della cosiddetta “mezzaluna fertile”, capeggiate dal dipartimento di Santa Cruz, dove ci troviamo, si oppongono tenacemente alla politica “indigenista” di Evo Morales, rivendicando un'autonomia politica che consenta una gestione decentralizzata della ricchezza. In altre parole evitare la redistribuzione dei proventi delle esportazioni su scala nazionale. E non è cosa da poco, se si considera che il dipartimento di Santa Cruz contribuisce da solo a circa il 30% del PIL nazionale. La Bolivia è il paese delle contraddizioni, dei conflitti permanenti, con una polarizzazione sociale fortissima, una ricchezza culturale enorme e una rara abbondanza di risorse naturali. Un paese con alle spalle tanta storia di lotte sindacali e contadine, spesso umiliato da politiche economiche ingiuste ma mai vinto. La politica, quella vera, qui si fa nelle piazze, nelle strade, marciando in migliaia per chilometri fino ai palazzi del potere. Morales è riuscito a vincere le elezioni grazie al sostegno dei movimenti sociali e alla lotta popolare contro le privatizzazioni dei beni comuni. Come dire, i politici a lezione dal popolo e non viceversa.
Ritorno dalle mie riflessioni, saluto Jaime e Rosi e mi avvio con gli altri verso casa. Sono quasi le 12, dona Ausencia avrà già preparato il pranzo.

Sveglia alle 5 e mezza. Il solito canto del gallo, stamattina particolarmente audace. Oggi cominciamo il lavoro alla fattoria sociale o scuola d'azione, come ci piace chiamarla. Sono circa quindici ettari di terreno, dove adesso crescono pomodori, fagioli, alberi di limoni e canna da zucchero. Due anni fa abbiamo lavorato per ripulire il campo, costruire il pozzo e la pompa per l'acqua. E' stato un lavoro enorme, soprattutto per chi il pozzo l'ha costruito veramente. Noi volontari ci abbiamo messo tanta volontà, un bel pò di inesperienza e poca resistenza alla fatica fisica. Ma abbiamo imparato tanto, soprattutto cosa significa essere parte di un progetto e lavorare insieme per realizzarlo. Fidel è già al lavoro. Ogni tanto ride di noi. In effetti è uno spettacolo divertente vedere Marco recintare l'orto col filo spinato, Martina e Lucilla maneggiare l'ascia o Germano rassodare il terreno. Siamo una squadra di idealisti impenitenti e imbranati. E il sole non perdona. Per fortuna c'è la foglia di coca a tirarci un pò su. Fidel è di Vallegrande, una delle province del dipartimento di Santa Cruz. A Vallegrande furono catturati "Che" Guevara e i suoi, mentre cercavano di preparare la rivolta popolare nell'inospitale selva boliviana. E' un tipo scherzoso, Fidel, a tratti irriverente ma assolutamente genuino. Anche se esile di corporatura ha una resistenza fisica impressionante. Con i ragazzi parla di donne e cerveza, a noi riserva argomenti meno "da uomini". Quella contro il machismo è una battaglia contro i mulini a vento da queste parti, soprattutto nelle zone rurali. Anche se hai una vanga in mano, una salopette da lavoro, un bolo di coca in bocca e un mozzicone di sigaretta in mano rimani sempre una mujer, magari un pò sui generis ma sempre mujer. Rido di questo, anche se mi fa un pò rabbia, mentre cerco disperatamente di far camminare dritta la carriola piena di sterpaglie, con Fidel che mi guarda divertito. Ho le tasche piene di limoni e le mani sporche di terre. Lo spirito alle stelle, anzi alle nuvole.
Quando sentiamo il rumore del motore, capiamo che è ora di tornare a casa. Carmen, Anamaria e Fabiola sono venute a prenderci. Carmen è la responsabile dei progetti qui a San José. E' una persona formidabile, testarda all'inverosimile e fiera. Ha studiato economia agraria all'università di Santa Cruz. Saliamo sulla macchina, tre sul sedile posteriore e due nel portabagagli. Sbucciamo qualche arancia, Marco arrotola una sigaretta e Germano scatta qualche foto. Propongo di cantare una canzone, De André, Guccini, Modena City Ramblers, qualche stornello romano. L'idea piace a tutti.

Una delle cose che più mi piace fare a San José è comprare il pane. Molte donne lo fanno in casa e poi lo vendono ancora caldo. La sera ceniamo con una tazza di caffé caldo o mate di coca, un pò di pane, la marmellata di dona Eraida e magari qualche focaccina al mais impastata dalle mani preziose di dona Ausencia. E' una vecchietta silenziosa e riservata, gelosa del suo regno incantato che è la cucina, dove sforna, taglia, impasta, mescola e frigge come una maga gelosa delle sue formule magiche. Non sa scrivere né leggere. Non l'ho mai abbracciata perchè mi sembrerebbe di violare il suo codice discreto ma le voglio un gran bene. Il giorno in cui abbiamo condiviso la ricetta della torta alle mele ho capito di aver conquistato la sua fiducia e ne vado orgogliosa. E' il nostro segreto.
Oggi andiamo nelle comunità rurali, poco lontane da San José. Henry passa a prenderci col solito furgoncino rosso carico di buste di insalata, corde e casse di pomodori. Lavora per il Plan de desarrollo indigena. E' una persona dolce e disponibile, conosciuto e ben voluto da tutti. Nelle comunità ci accolgono con la consueta ospitalità, visitiamo la scuola, l'ambulatorio, i laboratori di artigianato e gli orti comunitari. Junior e Julio Conrado stanno portando avanti un laboratorio itinerante di pittura creativa. Quest' anno è arrivata anche l'illuminazione elettrica qui nelle comunità. Ci fermiamo a Ramada per dare una mano nella raccolta dei pomodori. Tra risate generali e qualche raccomandazione riesco anche a montare senza sella un malandato ronzino non troppo contento di avermi sul groppone. Dopo il bagno al fiume e il pranzo a casa di dona Maria ci riuniamo con le donne per discutere dei progetti, fra battute, risate complici e caffé in abbondanza. Il problema adesso è la pompa dell'acqua e l'amministrazione dei fondi da parte del Plan, che sta creando non pochi dissapori tra le comunità. Ma si continua a lavorare. Si fa buio ed è ora di tornare a San José.
Quando va via il sole si apre un fiore bianco che qui chiamano maliziosamente duena de la noche. Ha un profumo buonissimo, dice Martina, fra le inevitabili risate generali.

San José è un pueblo piccolo. Le strade sono sterrate e l'unico punto di ritrovo è la piazza principale davanti alla chiesa. C'è la scuola di musica, che tiene viva l'antica tradizione della costruzione di strumenti musicali. Il legname qui è abbondante, nel bosque seco chiquitano. E poi c'è Radio Nativa di don Konrado, la voce di San José e una delle persone più belle che io abbia mai conosciuto. Ha origini tedesche ed è uno dei cittadini più conosciuti qui a San Josè insieme a don Elio, memoria storica della Chiquitania. Turisti ce ne sono pochi, qualche volontario che collabora con le suore dell'orfanotrofio e ogni tanto qualche viaggiatore alla ricerca di itinerari non da guida turistica. L'ospitalità qui ha radici antiche e il piacere di stare insieme è la vera risorsa. Forse a Roma la chiamerebbero indolenza ma è perchè non sono mai stati a San José. Al di là della retorica sul "chi ha meno vive meglio" o sulla "riscoperta delle cose semplici" mi verrebbe da dire che qui a San José è ancora possibile svegliarsi la mattina di buon umore, sudare di fatica ma farlo tutti insieme, godersi la siesta dopo pranzo e "perdere tempo" fregandosene del tempo. Non ho mai riportato cartoline da San José ma solo la cara de abuelo che mi ha regalato Marlene, le borse dipinte a mano e un pò di terra rossa di Irpias. E poi volti e risate. Tante risate.

domenica 5 aprile 2009




Briciole di montagna.
Fra nuvole e sapori
(SANTA MARIA IN VALLE PORCLANETA, ABRUZZO, 5 APRILE 2009)
Mi affaccio alla finestra della camera da letto e mi metto ad ascoltare. Il gallo si cimenta in un richiamo amoroso piuttosto insolente. Mostra lo scarso piumaggio con la baldanza tipica del seduttore, fiero di essere l'unico maschio. E' uno spettacolo divertente. Oltre il recinto ci sono una decina di cavalli, tutte femmine, molte delle quali gravide. E' questo il periodo dell'anno in cui danno alla luce i cuccioli. Ogni tanto la valle si riempie di un nitrito, seguito subito dopo da un altro. Forse le future mamme sono impazienti. Richiudo la finestra e scendo a fare colazione. Davanti a me le cime del monte Velino, completamente imbiancate di neve. Tutt'intorno il Sirente-Velino, uno dei parchi naturali più belli dell'Abbruzzo. Non lontano da qui c'è il confine col Lazio e a pochi chilometri la città di Magliano de' Marsi, in provincia di L'Aquila. Antonella e Marco hanno scelto di venire a vivere qui, in uno splendido casolare vicino alla chiesa di Santa Maria in valle Porclaneta. Con loro anche Remo, Romolo e Maggie, pronti a dare il benvenuto a qualunque visitatore, purché disposto a ripagare l'ospitalità con qualche carezza. Assaggio il pane fatto in casa. Antonella mi spiega che è fatto con la pasta madre o pasta acida, quindi con lievito naturale. Ha un sorriso simpatico e un'espressione serena, Antonella, e riesce a metterti subito a tuo agio. Ha tantissimi interessi, che spaziano dalla bio-dinamica all'agricoltura biologica, dall'apicoltura ai gruppi d'acquisto solidali. L'idea di lasciare Roma e aprire qui un bed & breakfast significa molto per lei e per Marco. Non è solo un modo per svegliarsi la mattina col canto del gallo - che è comunque da preferire alla sveglia del cellulare - ma soprattutto una ricetta di vita fortemente voluta, per riscoprire il piacere del tempo senza essere schiavi di ritmi imposti. Marco ha imparato a fare la birra. Dice che non è difficile, dipende tutto dalla qualità del malto e dall'esperienza. Non mi intendo molto di birre ma la sua mi è sembrata ottima.
Sullo scaffale in soggiorno ci sono tantissimi libri, accanto il camino e un grosso tavolo di legno massiccio. Mentre Antonella mi spiega che cos'è la bio-dinamica, Marco prende dallo scaffale un libro di Rudolf Steiner. Si muove lentamente, come se non sapesse cosa sia la fretta. Ha un'aria sorniona e la battuta sempre pronta. Mi sembra piuttosto scettico sulla bio-dinamica, soprattutto quando il discorso si sposta su come curare il terreno attraverso miscele e composti. Anche a me sembra strano ma la naturalezza con cui Antonella ne parla mi affascina. E' raro incontarare tanta genuità. Marco mi sembra una persona di poche parole, restio a dare confidenza ma schietto. Spostiamo la conversazione sui prodotti fatti in casa. Qui intorno ci sono diverse aziende agricole, molte a gestione famigliare. Non è facile organizzare un gruppo d'acquisto, ci raccontano Marco e Antonella, organizzare le riunioni, le consegne, gli ordini d'acquisto. Ma loro non demordono. Sono di quelli che ci credono. Fuori c'è un sole meraviglioso. Maggie è tornata dalla passeggiata mattutina con le zampe tutte sporche di fango a mo' di calzini. Rifletto su come sia possibile vivere in maniera "alternativa", senza etichette e senza soluzioni preconfezionate, ognuno seguendo un proprio modello. Così anche fare la spesa diventa una scelta, un contributo "dal basso" al superamento di un certo stile di vita. Tutto sta nel sapersi organizzare, creando reti di persone, momenti di incontro, terreni nei quali le scelte dei singoli possano unirsi in pratiche condivise. Ferma restando l'autonomia del pensiero, la creazione di spazi d'incontro può essere una risposta salutare all'individualismo promosso da certa politica, riattivando il circuito della collaborazione e della partecipazione in prima persona. Marco mi regala un barattolo di miele. Lo stesso che a colazione ho dimostrato di gradire molto. Salgo in camera per sistemare le mie cose e rifare il letto. Dai vetri della finestra il monte Velino continua a sbirciare. E' un monte che racchiude tanta storia, dalle battaglie dell'esercito romano contro le popolazioni locali alle vicende legate alla seconda guerra mondiale. E' una meta ambita da molti escursionisti. Poco distante dal casolare di Marco e Antonella c'è la piccola chiesa di Santa Maria. Per visitarla bisogna scendere in paese e chiedere della signora Costanza. Ma oggi è la domenica delle palme quindi non sarà facile trovarla. Zaino in spalla, è ora di tornare a Roma.
Salutiamo i nostri ospiti, ringraziandoli della bellissima chiaccherata e dell'ospitalità. Un ultimo sguardo alla casa, la cappa della cucina in rame, le biclette da corsa momentaneamente a riposo, le damigiane per l'olio, lo scacciapensieri davanti alla porta. E sulla sedia dello scrittoio la sciarpetta con i colori della pace.

martedì 31 marzo 2009

Metti una domenica al Pigneto



Sveglia alle 6:30. Un caffé al volo e poi di corsa fuori casa. I borsoni riempiti fino al possibile e un tavolaccio di plastica rimediato la sera prima, le zampe attaccate alla meno peggio con dello scotch grezzo. Roma é praticamente deserta la domenica mattina. I bar sono quasi tutti chiusi e i pochi aperti ospitano sonnambuli alle prese con una Roma stranamente silenziosa. Approfittando del semaforo rosso mi fermo a guardare un barista che, lentamente, prepara qualche caffé: sembra un moderno vate alle prese con un rito secolare, sentinella di una Roma che non si arrende alla modernità. Dal finestrino abbassato arriva il chiacchericcio ancora impastato di sonno, la partita, il traffico, il lavoro che non c'é...Arriviamo in via del Pigneto. Un formicaio in piena attività. Chi scarica la merce, chi svuota qualche scatolone, chi si fuma una sigaretta stringendo qualche mano di tanto in tanto. Cominciamo a montare il tavolo e scarichiamo dalla macchina bustoni di plastica pieni di qualunque cosa. Alle 9 comincia il via vai. Decidiamo con Francesca di mettere i vestiti usati da una parte, in mezzo i libri e dove capita tutto il resto. Formine per il ghiaccio, orologi, cornici, doposci, portachiavi, pentole...Un tripudio di oggetti che accatastiamo nella “cesta degli orrori”. Fa freddo ma c'é il sole, che anche se sembra scansarci arriva comunque attraverso il riverbero delle finestre di fronte. Ogni tanto una sigaretta, il termos del caffé, una chiacchera col vicino...e poi il suono della chitarra elettrica. E' Joaquin, un musicista dell'Ecuador che ama i Pink Floyd. E poi c'è il ragazzo napoletano della bancarella di fronte, t-shirt nera e pancetta da bevitore.
Grazie all'atmosfera di questo mercatino domenicale sto scoprendo una Roma che non conoscevo. Un intreccio di storie e convivialità che mi piace, mi fa sentire a casa. Hoimparato che non é così scontato sentirsi a casa nella città in cui si è nati, soprattutto se si tratta di una città difficile e contradditoria dove la diversità – comunque la si intenda - viene spesso vissuta con disagio e non sempre si ha il tempo di stare ad ascoltare. Una Roma sorniona e crudele che pure non ha perso la sua capacità di coniugare ritmi frenetici e tempi “morti”, un'urbanistica da pugna metropolitana che ancora è capace di ospitare al suo interno spazi di condivisione. E il romanesco si mescola al bangladesciano, arabo, senegalese, romeno, pugliese , calabrese. Un carnevale linguistico, una mescolanza di provenienze che incuriosisce e un po' ipnotizza.
Mi metto a sistemare i pantaloni di velluto, qualche cartoncino dei prezzi, le giacche sulle stampelle. Arriva Salvatore, uno di quelli che ama viversi il quartiere e se ne sente parte. E' uno dei promotori del Gruppo d'Acquisto Popolare del Pigneto di cui faccio parte anche io. Mi dice che sempre più persone vogliono aderire al gruppo. L'idea della “spesa collettiva” piace. La consideriamo una risposta al carovita, a quell'aumento feroce dei prezzi che i moderni templi dell'euforia che sono i supermercati alimentan senza vergogna. Chi guadagna 800 euro al mese magari non segue i consigli del Gambero Rosso ma se anche comprare pane, pasta, frutta, formaggi e tuttoil resto diventa una sfida al'ultimo centesimo allora ogni norma del buon senso e del vivere civile è perduta. Mi chiedo perché la giunta comunale tanto attenta a preservare il decoro urbano da venditori ambulanti, cortei degli studenti e macchine in doppia fila, diventi sorda quando si tratta di garantire i diritti di base dei suoi cittadini. Eppure prendere regolarmente il tram per andare a lavorare o non inciampare sui teli colorati pieni di borse contraffatte e statuette africane che “invadono” i nostri marciapiedi non è meno importante che fare la spesa. Ecco quindi che vendere pacchi di pasta a quaranta centesimi e 1 kg di pane a un euro diventa una forma di protesta importante, un modo come un altro per rispondere alla crisi senza abdicare al piacere di mangiare.
Mi arrotolo un'altra sigaretta e sfoglio qualche pagina di Internazionale, stando attenta a non perdermi quello che c'è intorno. Ancora una chiacchera con Francesca, poi un altro po' di caffé. Aspettiamo che vengano a trovarci gli amici, orgogliose di essere riuscite a far entrare dieci buste di roba in due metri di tavolo. E di aver venduto un portachiavi a forma di rana a due euro. Chi spende due euro per un portachiavi a forma di rana? Misteri del consumismo. Consumismo alla buona, quello che non fa male. Vino? No grazie. Magari una fetta di crostata.
Il sole va e viene. Ormai sono le quattro. Alle 7 e mezza si smonta. Manca ancora un po' e non mi dispiace.

lunedì 30 marzo 2009

E' ancora Onda. Continua la protesta degli studenti alla Sapienza
(Roma, 25 marzo 2009)

E' di nuovo scontro tra studenti e forze del'ordine alla Sapienza di Roma. Questa volta è lo sciopero nazionale contro i tagli alla scuola proclamato dalla CGIL a fare da sfondo a una protesta che sembra non conoscere battute d'arresto. Agenti in tenuta anti-sommossa hanno circondato la città universitaria per impedire al corteo degli studenti di raggiungere i manifestanti riuniti in p.zza Santissimi Apostoli. Bersaglio delle proteste degli studenti sembra essere il nuovo protocollo sugli scioperi approvato dalla giunta Alemanno, con il voto favorevole della CGIL. Il protocollo contiene una lista di sei zone della città (piazza della Repubblica, piazza di Porta San Giovanni, piazza del Popolo, piazza dei Partigiani, Circo Massimo e piazza Bocca della Verità) dove, previa autorizzazione, è consentito svolgere pubbliche manifestazioni. Tutte le altre zone della città sono da considerarsi off-limits. "È stato appena firmato un protocollo in prefettura per evitare la proliferazione delle manifestazioni: non possiamo ricominciare con cortei di due-tre-quattrocento persone che si muovono per la città. C’è un impegno di tutta la città ad avere delle regole, rispettiamo il diritto a manifestare ma entro delle regole". Con queste parole Alemanno ha commentato i disordini alla Sapienza durante un convegno alla Luiss, una delle università capitoline non ancora “bagnata” dall'Onda – e forse sarebbe legittimo chiedersi il perchè. Ora che sembra tornata la calma, si apre lo spazio della riflessione e sicuramente non mancheranno all'interno degli atenei aule “adibite” alla riflessione collettiva. Gli episodi di violenza sono stati trascurabili (qualche lancio di scarpe e bottigliette di plastica vuote) e le fonti ufficiali parlano di un solo tenente lievemente contuso. Quello che rimane è la rabbia degli studenti, che dopo gli ulteriori tagli all'istruzione e l'università ridotta a un premio a punti, non ci stanno a vedersi ridotte anche le piazze dove poter esprimere il loro dissenso. Onda anomala la chiamano. Senz'altro agguerrita. E che ora torna in piazza dopo le dure proteste dello scorso autunno, che hanno visto mobilitati quasi tutti gli atenei italiani. Questa volta niente interruzione della didattica né scontri tra fazioni, solo la voglia di far sentire la propria voce anche quando tutto sembrerebbe concorrere a delegimittare la causa. Non ultima l'indifferenza di molti studenti, forse la maggior parte. “Sono sempre i soliti che manifestano” mi ha detto Fabrizio, studente di Lettere. “E tu?” gli ho chiesto. “Ci sono gli esami”. Ubi didattica protesta cessat, insomma. E la giunta capitolina fa buon gioco a puntare il dito contro i manifestanti, forte di un protocollo d'intesa che sembra voler garantire l'ordine pubblico della metropoli ad ogni costo. Ma se di diritti si parla, allora quello a scioperare contro un'università che cade a pezzi? Se mi trovo a piazza del Popolo o a Porta San Giovanni si, altrimenti la mia protesta diventa un'intralcio al traffico cittadino. Strana combinazione di priorità. Intanto il protocollo è in vigore, Alemanno promette il pugno duro e gli studenti dell'Onda, sedicenti guerriglieri, non sembrano intenzionati a fare concessioni. Le parti sociali e le rappresentanze politiche si dicono a favore del protocollo sui cortei ma è facile intuire che la protesta non si fermerà. La giunta comunale mette degli argini e l'Onda cerca di infrangerli.

giovedì 19 marzo 2009



UN IMMENSO TESORO SI NASCONDE SOTTO IL DESERTO SALATO DELLA BOLIVIA(esercitazione per la radio)

Un'immensa distesa bianca sotto un sole inclemente. Un enorme lago di sale che restituisce allo sguardo una luce accecante. Impossibile togliere gli occhiali da sole a meno che non si distolga lo sguardo dal blocco di sale per doluirlo nell'esplosione di azzurro sopra le nostre teste. La distesa salata di Uyuni è la più grande riserva mondiale di sale. A pochi chilometri c'è la città di Potosì, capitale dell'omonimo dipartimento. L'argento che riempiva i forzieri europei nel XVI secolo veniva estratto qui, dalle vene nascoste del Cerro Rico di Potosì. Intorno le ande, giganti rugosi dalle cime imbiancate. Faccio fatica a respirare. L'aria è pesante a oltre 3500 metri di altezza. Fatico a credere che sotto i miei piedi ci sia la riserva di litio più grande mai scoperta. I nostri computer e cellulari sono fatti di litio: scavando appena un metro sotto il sale, qui a Uyuni, in un paesaggio che sembra lunarec'è il 50% di tutto il litio presente sul nostro pianeta. Mica male per un paese che possiede anche petrolio, minerali e gas naturale. Chiedo a Herman che mi fa da guida che cosa ne pensa di questa storia del litio, mentre visitiamo una delle tante officine a cielo aperto dove si raccoglie e si lavora il sale. Mi dice che ormai non c'è problema perchè c'è Evo al governo. Già perchè dopo secoli di sfruttamento selvaggio dei loro tesori i Boliviani hanno quasi imparato a diffidare di una natura tanto generosa. Sanno che la ricchezza può essere una maledizione per un paese che non è in grado di sfruttarla. Ma il ministro boliviano delle miniere Alberto Echazu ha già dichiarato che sarà la Bolivia a decidere dello sfruttamento del litio e che non si limiterà a fornire la materia prima alle multinazionali del settore: "...lo sfruttamento secolare delle nostre risorse è finito" ha detto il ministro in un'intervista alla Bbc. Rimane però il problema della mancanza di infrastrutture, anche se il governo boliviano si dice pronto a investire oltre 5 milioni di dollari in un progetto pilota per l'estrazione e il trasporto del minerale. Sicuramente imprese straniere interverranno per facilitare l'avvio di un'industria stabile del litio ma, anche considerando il trend di crescita del minerale previsto sui mercati mondiali nei prossimi anni, la Bolivia è decisa a mantenere un ruolo attivo fino in fondo. Anche perchè, va ricordato, il litio potrebbe giocare un ruolo fondamentale nella costruzione delle batterie per automobili elettriche, in previsione dell'esaurimento delle riserve petrolifere previsto per i decenni a venire. Un bel terreno di prova per Morales, non c'è dubbio. E una speranza di riscatto per una terra da sempre depredata e offesa. Herman mi dice di affrettarmi perchè comincia a fare troppo freddo. Qui è la natura a dettare i tempi e gli spostamenti.Se il vento dice che è ora di andare, bisogna andare.

A PARIGI TRIONFA L' “ARTE POVERA” DI GIANFRANCO ROSI

IL REGISTA ITALIANO RACCONTA LA VITA TRA SOLITUDINE E MODERNITA'

(ROMA, 19 MARZO2009)


Al Cinema du Réel di Parigi, che si è chiuso martedì scorso, ha vinto la voglia di raccontare. Below sea level, il cortometraggio di Gianfranco Rosi premiato dalla giuria parigina come miglior documentario è una storia vera, raccontata con semplicità, immediatezza e pochi mezzi a disposizione. Un lavoro coraggioso realizzato senza fondi ministeriali né film commission, dove il gusto della narrazione si coniuga con un linguaggio semplice e discreto. La storia è ambientata nel deserto californiano, in una base militare dismessa a 250 km da Los Angeles e 40 metri sotto il livello del mare. E' qui che Rosi ha deciso di venire a filmare perchè, da buon cantastorie, sa che è in posti come questi che si nascondono storie che vale ancora la pena raccontare. Storie come quelle di Ken, Lily, Carol, Wayne, Mike, Cindy e Sterling. Una comunità di sognatori direbbero i nostalgici. E sognatori lo sono davvero, come lo siamo tutti. Ma sono soprattutto persone alle prese con una società che li tiene ai margini, che ha rubato la loro “normalità” e li ha spinti nel deserto alla ricerca di uno spazio dove sia ancora possibile “respirare” e guardare le stelle. Essere persone insomma, che scherzano, mangiano, fanno l'amore, leggono e cercano in qualche modo di andare avanti. Non sono senzatetto, come alcuni li hanno definiti. Un tetto sopra la testa ce l'hanno, anche se si tratta della cappotta di una roulotte o di uno scuola-bus sgarrupato. Un altro modo di intendere la casa. Gianfranco Rosi ha vissuto qui per quattro anni, realizzando oltre cento ore di girato e spiando col suo obiettivo discreto lo scorrere del tempo in quella lontana “cittadella dell'utopia” dove pure non mancano i problemi e i dolori.

Il lungometraggio, il primo del regista, si è anche aggiudicato il primo premio nella sezione “orizzonti” della mostra di Venezia. E ' una storia senza sceneggiatura. E sullo sfondo il deserto, complice silenzioso che scandisce tempi e pause, della narrazione come delle vite dei protagonisti. Rosi è riuscito a restituirci le atmosfere di una trama umana prima ancora che cinematografica.

Di come sia possibile reagire all'emarginazione sociale costruendosi realtà “altre”. E così, mischiate alla sabbia e ai colori rarefatti del deserto californiano, le emozioni si muovono sullo schermo. Emozioni di tutti i giorni, con tanto di nome e cognome. E a chi pensa di paragonare l'esperimento di Rosi al Grande Fratello consigliamo di chiedere al regista. E magari di spengere il televisore e andare a farsi un giro nel deserto, a 40 metri sotto il ivello del mare.